Febbraio sta morendo, e con lui forse anche un'illusione che abbiamo covato per mesi, come chi tiene accesa una candela in mezzo alla tempesta. Sconfitto in casa da Napoli, il Verona vede la Serie B sempre più vicina
Ne abbiamo passate di stagioni brutte al Bentegodi, ma c'è qualcosa di diverso quest'anno. Qualcosa che non riguarda solo i punti in classifica o le partite perse. È come se l'anima della squadra si fosse assottigliata, come la nebbia che sale dall'Adige all'alba e poi si dissolve nel nulla. Alle 18 il Napoli entra in campo con quella sicurezza che hanno i grandi club; quella che non si compra né si impara. Noi entriamo con il cuore, e quel qualcosa di indescrivibile che ci lega a questi colori, a questa città, a questa follia chiamata calcio. L'Hellas scende in campo con un 3-5-2: Montipò, Edmundsson, Nelsson, Bella Kotchap, Oyegoke, Akpa Akpro, Gagliardini, Harroui, Bradaric, Sarr e Bowie. Il Napoli risponde con un 3-4-2-1
Dirige l'arbitro Andra Colombo (Como). Dopo soli 2 minuti dal fischio d'inizio arriva la doccia fredda. Il Napoli passa in vantaggio con un gol di Hojlund. Politano va via sulla destra e mette al centro un cross teso; Hojlund di testa beffa Montipò. Il resto del primo tempo scorre come un film già visto. Loro controllano, noi soffriamo. Loro sembrano ballare, e noi zoppichiamo. Non è solo questione di qualità tecnica – quella si sapeva – ma di mentalità, di progetto, di futuro. Il primo tempo finisce sullo 0-1, e il gol subito pesa come un macigno. Siamo stati assediati, bombardati, messi sotto scacco. Eppure, nell'intervallo, c'è ancora speranza. C'è sempre speranza, quando indossi questa maglia. È il nostro dono e la nostra maledizione
Il secondo tempo inizia, e con lui arriva la reazione. Il Verona gioca e trova il pareggio al 64' con quella caparbietà che ci ha sempre contraddistinto, quel rifiutarsi di arrendersi anche quando tutto sembra perduto. Gol di Akpa Akpro su corner dalla sinistra. Dopo la convalida del Var il Bentegodi sogna. I tifosi sugli spalti pensano che forse, forse oggi è il giorno buono. Il 1-1 profuma di impresa, di punto prezioso, di speranza. Ma il calcio, quel bastardo meraviglioso, è crudele con chi ama troppo. Al 95°, quando già si respirava l'aria del pareggio, quando già qualcuno pensava a come avremmo raccontato questa partita domani, arriva il colpo di grazia. Il Napoli trova il gol della vittoria con Lukaku e quel cinismo che hanno le grandi squadre, quella capacità di colpire nel momento decisivo che noi ci sogniamo da anni. Il Bentegodi tace. Non è silenzio, è assenza. È il vuoto che lascia una speranza tradita all'ultimo respiro. Ci guardiamo, io e chi mi sta accanto, senza parole. Non c'è rabbia, c'è solo stanchezza. Quella stanchezza di chi ha sperato fino alla fine e si è visto portare via tutto nell'istante in cui credeva di avercela fatta
Ma adesso, seduto qui a scrivere con le mani fredde e la voce rotta dai cori, devo essere onesto con me stesso e con chi mi legge. Dobbiamo cominciare a ragionare sulla Serie B. Sì, lo so, fa male scriverlo. Fa male anche solo pensarlo. Ma i numeri non mentono. Siamo in una posizione delicatissima in classifica. Ogni partita diventa una finale, ogni punto è oro. Eppure, guardando questa squadra, vedo troppi limiti. Vediamo una rosa corta, esaurita, che ha dato tutto quello che poteva dare. Vediamo un mercato di gennaio che non ha portato le pedrine necessarie per salvarci. Vediamo, soprattutto, un club che sembra aver già rassegnato le armi, che guarda alla Serie B come a un'eventualità gestibile, forse perfino conveniente per i bilanci. E qui mi fermo, perché l'ira rischia di soffocarmi. Perché non è giusto. Non è giusto che una città come Verona, con la sua storia, con la sua gente, con la sua passione, debba subire questo destino. Non è giusto che chi governa il club pensi più ai dividendi che ai tifosi. Non è giusto che noi, che riempiamo il Bentegodi anche quando piove e quando si perde, dobbiamo pagare per gli errori di chi sta in alto


