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Editoriali

Il Cavaliere senza Volto

Tra le imponenti pietre della monumentale Porta Vescovo e i silenzi del Bastione delle Maddalene si cela uno dei miti più affascinanti e inquietanti del folklore scaligero: la leggenda del Cavaliere senza Volto. La storia affonda le sue radici nell’800, durante gli anni della DOMINAZIONE ASBURGICA sul Lombardo-Veneto. All’epoca, la zona era un importante avamposto militare, protetto da imponenti fortificazioni e costantemente pattugliato dai soldati austriaci. La tradizione popolare narra di un ufficiale di cavalleria, figura distinta ed elegante, che si innamorò perdutamente di una ragazza che abitava nel vicino Rione delle Maddalene. Un amore travolgente, ma non ricambiato o forse ostacolato dalle famiglie, che condusse il giovane ad un destino fatale. La versione più diffusa della leggenda racconta che morì durante un duello clandestino combattuto all’alba nel fossato adiacente alla Porta; un’altra versione narra invece di un’imboscata durante una ronda notturna
In entrambi i casi, le sue ultime ore rimasero avvolte nel mistero e il suo nome non venne mai registrato negli archivi della guarnigione. Da allora, si dice che lo spirito del soldato non abbia mai abbandonato il suo posto di guardia. Nelle notti più cupe, quando la nebbia avvolge le case e il gelo penetra nelle ossa, lungo l'asse che collega PORTA VESCOVO al Bastione delle Maddalene, in molti giurano di aver sentito il calpestio ritmico di zoccoli ferrati e il metallico stridore di un’armatura. Chi sostiene di aver incrociato la sua figura lo descrive come un cavaliere fiero, eretto su un destriero scuro, ancora vestito con la divisa dell'epoca. Sotto l'elmo nessun lineamento umano, ma solo un’ombra vuota e insondabile. Storia vera o leggenda, la zona tra la Porta e la campagna circostante era un luogo che spesso fu scelto dai militari per risolvere questioni d'onore con duelli all'arma bianca. In molti vi trovarono la morte, venendo sepolti negli antichi cunicoli oggi murati, che permettevano di attraversare tutta la parte orientale di Verona senza mai uscire all'aperto

Monumenti

Storia

Berto Barbarani

Nato a Verona il 3 dicembre 1872, Roberto Tiberio Barbarani (detto Berto) fu uno dei maggiori poeti dialettali italiani del '900. Figlio di un ricco commerciante, abbandonò gli studi di legge per dedicarsi alla letteratura e al giornalismo, suo grande amore. Nella sua carriera fu responsabile della redazione veronese del Gazzettino di Venezia e direttore del quotidiano L'Adige. I suoi versi in dialetto veronese sono caratterizzati da un tono malinconico ed evocativo, di gusto crepuscolare. Grande amico del pittore ANGELO DALL'OCA BIANCA e del drammaturgo Renato Simoni, suoi concittadini, pubblicò negli anni varie raccolte di poesie tra cui El Rosario del Cor (1895), Canzoniere Veronese (1901), I Due Canzonieri (1916), I Sogni (1922), L’Autunno del Poeta (1937). Ebbe inoltre una forte amicizia anche con i colleghi poeti dialettali Alfredo Testoni e Carlo Alberto Salustri (Trilussa), assieme ai quali prese parte al Teatro Duse di Bologna ad un ciclo di serate promosse nel 1901 dalla Società Dante Alighieri. Nel 1940 il Ministero per la Cultura popolare, quale pubblico riconoscimento al valore della sua arte, attribuisce al poeta un vitalizio che gli consente di trascorrere senza preoccupazioni economiche gli ultimi anni di vita. Roberto Barbarani muore a Verona il 27 gennaio 1945. La città lo ricorda con una statua bronzea posta a margine della sua amata PIAZZA ERBE in cui il poeta è rivolto verso il centro della piazza stessa, guardando quella millenaria statua di Madonna Verona che rappresenta la veronesità tanto celebrata nelle sue poesie
Voria cantar Verona, a una çerta ora / de note, quando monta su la luna:

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