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Monumenti

Museo degli Affreschi

Il Museo degli Affreschi di Verona è situato in un ex convento e raccoglie preziosi affreschi realizzati tra il X ed il XVI secolo, recuperati dalle facciate di edifici religiosi e privati della città per favorirne la conservazione. In una cripta sotterranea del chiostro è celato il sarcofago in marmo rosso che accolse le spoglie mortali di Giulietta
Su una traversa di Via del Pontiere, a poche centinaia di metri da PIAZZA BRA è presente il Museo degli Affreschi dedicato a Giovanni Battista Cavalcaselle, storico dell'arte che molto contribuì alla conservazione del patrimonio artistico veronese. Occupa gli spazi che furono del complesso conventuale di San Francesco al Corso, costruito nel XIII secolo e passato nel XVI alle Suore Franceschine. Demaniato nel 1803 e destinato ad usi prettamente militari ed assistenziali, durante la 2° Guerra Mondiale fu seriamente danneggiato dai bombardamenti alleati che si abbatterono sulla città. Dal 1973 ospita un interessante museo, allestito sotto la direzione di Licisco Magagnato, in cui sono raccolti i preziosi affreschi realizzati tra il X ed il XVI secolo che sono stati staccati da vari edifici religiosi e privati per favorirne la conservazione. A Verona infatti, la consuetudine di affrescare le facciate di case e palazzi era talmente diffusa che nel Rinascimento la città si era conquistata il nome di Urbs Picta, ovvero Città Dipinta. Tra i molti affreschi presenti, sono particolarmente suggestivi quelli recuperati della grotta di SAN NAZARO E CELSO, uno dei più antichi sacelli presenti nel territorio veronese, situato nel quartiere di Veronetta vicino all'omonima chiesa

Storia

Valerio Catullo

Nato a Verona nell’anno 87 avanti Cristo, Gaio Valerio Catullo fu uno dei maggiori poeti dell’antica Roma. Rampollo di una agiata famiglia, con ricchi possedimenti e frequentazioni importanti, si trasferì in giovane età a Roma per completare i suoi studi. Nella capitale dell'impero trovò il luogo adatto in cui sviluppare le sue doti di scrittore e conobbe Lesbia, il grande amore della sua vita
Giunto nella capitale quando ancora non era ancora ventenne, Catullo entrò presto in contatto con personaggi di prestigio, tra cui Giulio Cesare, Quinto Ortensio Ortalo e Cornelio Nepote. Frequentò Licinio Calvo, Aurelio, Fabullo, Cornificio e Veranio; letterati con i suoi stessi ideali e gusti poetici, con cui condivise esperienze poetiche e mondane. Non partecipò mai attivamente alla vita politica della città, anzi voleva fare della sua poesia un ludus fra amici, lontana dagli ideali politici tanto osannati dai letterati del tempo. Seguì comunque la formazione del primo triumvirato, le imprese di Giulio Cesare in Gallia ed in Britannia, i tumulti fomentati da Clodio Pulcro ed il secondo consolato di Pompeo. Nel 62 a.C. conobbe Lesbia, la donna che amò per tutta la vita e che profondamente influenzò la sua arte; la musa a cui dedicò varie poesie tra le quali la famosa Vivemus, mea Lesbia, atque Amemus. Il vero nome della donna era Clodia, sorella del tribuno Clodio Pulcro e moglie del proconsole Metello Celere. La loro storia fu molto travagliata: Clodia era donna raffinata e colta ma di costumi molto liberi: nelle poesie di Catullo troviamo i più contrastanti stati d'animo per lei, dall'amore all'odio. Per dimenticare le pene d’amore, lasciò Roma nel 57 a.C. e accompagnò il pretore Gaio Memmio in Bitinia, nell’odierna Turchia. Dopo questo viaggio e la visita alla tomba del fratello nella Troade, compose i suoi Carmina Docta. Nel 56 a.C. si trasferì nella villa di famiglia a Sirmione (i cui resti sono ancora oggi visitabili), dove il poeta in solitudine gli ultimi due anni della sua vita, dopo aver rotto definitivamente ogni legame con Lesbia

Piatti tipici