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Editoriali

Il Cavaliere senza Volto

Tra le imponenti pietre della monumentale Porta Vescovo e i silenzi del Bastione delle Maddalene si cela uno dei miti più affascinanti e inquietanti del folklore scaligero: la leggenda del Cavaliere senza Volto. La storia affonda le sue radici nell’800, durante gli anni della DOMINAZIONE ASBURGICA sul Lombardo-Veneto. All’epoca, la zona era un importante avamposto militare, protetto da imponenti fortificazioni e costantemente pattugliato dai soldati austriaci. La tradizione popolare narra di un ufficiale di cavalleria, figura distinta ed elegante, che si innamorò perdutamente di una ragazza che abitava nel vicino Rione delle Maddalene. Un amore travolgente, ma non ricambiato o forse ostacolato dalle famiglie, che condusse il giovane ad un destino fatale. La versione più diffusa della leggenda racconta che morì durante un duello clandestino combattuto all’alba nel fossato adiacente alla Porta; un’altra versione narra invece di un’imboscata durante una ronda notturna
In entrambi i casi, le sue ultime ore rimasero avvolte nel mistero e il suo nome non venne mai registrato negli archivi della guarnigione. Da allora, si dice che lo spirito del soldato non abbia mai abbandonato il suo posto di guardia. Nelle notti più cupe, quando la nebbia avvolge le case e il gelo penetra nelle ossa, lungo l'asse che collega PORTA VESCOVO al Bastione delle Maddalene, in molti giurano di aver sentito il calpestio ritmico di zoccoli ferrati e il metallico stridore di un’armatura. Chi sostiene di aver incrociato la sua figura lo descrive come un cavaliere fiero, eretto su un destriero scuro, ancora vestito con la divisa dell'epoca. Sotto l'elmo nessun lineamento umano, ma solo un’ombra vuota e insondabile. Storia vera o leggenda, la zona tra la Porta e la campagna circostante era un luogo che spesso fu scelto dai militari per risolvere questioni d'onore con duelli all'arma bianca. In molti vi trovarono la morte, venendo sepolti negli antichi cunicoli oggi murati, che permettevano di attraversare tutta la parte orientale di Verona senza mai uscire all'aperto

Monumenti

Santo Stefano

La chiesa di Santo Stefano risale al V secolo ed è uno degli edifici più antichi della città, che mantiene ancora oggi le originarie mura perimetrali paleocristiane. Le tombe vescovili e le numerose importanti reliquie che in essa sono conservate, fanno ritenere che fu la prima cattedrale di Verona
La Chiesa venne costruita attorno al 450 sopra un'antica area cimiteriale posta all'esterno delle mura di EPOCA ROMANA, quando iniziò a diffondersi anche in Veneto il culto di Santo Stefano, le cui reliquie erano state ritrovate vicino a Gerusalemme. Una basilica cimiteriale che probabilmente fu la prima Cattedrale di Verona, come portano ad intuire la presenza delle tombe vescovili del V-IX secolo e l'antica cathedra in pietra, conservata nell'abside. La struttura originaria venne modificata nel X secolo creando le attuali navate, realizzando la cripta sotterranea e chiudendo le grandi finestre laterali che davano troppa luce all'interno. Uscita indenne dal devastante terremoto del 1117, venne ristrutturata nel XII secolo, adeguandosi allo stile romanico del tempo; ulteriori interventi tra il '300 e il '700 aggiunsero gli altari e le cappelle che ornano le navate laterali. Situata accanto a PONTE PIETRA ha una facciata imponente e tipicamente romanica, con fasce alternate di pietra e mattoni che vengono interrotte da una coppia di lesene poste ai lati del piccolo protiro pensile. Un rosone centrale e due lunghe finestre alleggeriscono la struttura, accompagnando lo sguardo verso la finestrella a croce sovrastata da una cornice di archetti ciechi

Storia

Valerio Catullo

Nato a Verona nell’anno 87 avanti Cristo, Gaio Valerio Catullo fu uno dei maggiori poeti dell’antica Roma. Rampollo di una agiata famiglia, con ricchi possedimenti e frequentazioni importanti, si trasferì in giovane età a Roma per completare i suoi studi. Nella capitale dell'impero trovò il luogo adatto in cui sviluppare le sue doti di scrittore e conobbe Lesbia, il grande amore della sua vita
Giunto nella capitale quando ancora non era ancora ventenne, Catullo entrò presto in contatto con personaggi di prestigio, tra cui Giulio Cesare, Quinto Ortensio Ortalo e Cornelio Nepote. Frequentò Licinio Calvo, Aurelio, Fabullo, Cornificio e Veranio; letterati con i suoi stessi ideali e gusti poetici, con cui condivise esperienze poetiche e mondane. Non partecipò mai attivamente alla vita politica della città, anzi voleva fare della sua poesia un ludus fra amici, lontana dagli ideali politici tanto osannati dai letterati del tempo. Seguì comunque la formazione del primo triumvirato, le imprese di Giulio Cesare in Gallia ed in Britannia, i tumulti fomentati da Clodio Pulcro ed il secondo consolato di Pompeo. Nel 62 a.C. conobbe Lesbia, la donna che amò per tutta la vita e che profondamente influenzò la sua arte; la musa a cui dedicò varie poesie tra le quali la famosa Vivemus, mea Lesbia, atque Amemus. Il vero nome della donna era Clodia, sorella del tribuno Clodio Pulcro e moglie del proconsole Metello Celere. La loro storia fu molto travagliata: Clodia era donna raffinata e colta ma di costumi molto liberi: nelle poesie di Catullo troviamo i più contrastanti stati d'animo per lei, dall'amore all'odio. Per dimenticare le pene d’amore, lasciò Roma nel 57 a.C. e accompagnò il pretore Gaio Memmio in Bitinia, nell’odierna Turchia. Dopo questo viaggio e la visita alla tomba del fratello nella Troade, compose i suoi Carmina Docta. Nel 56 a.C. si trasferì nella villa di famiglia a Sirmione (i cui resti sono ancora oggi visitabili), dove il poeta in solitudine gli ultimi due anni della sua vita, dopo aver rotto definitivamente ogni legame con Lesbia

Piatti tipici