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Editoriali

I Fuffaguru spariti dai social

Il copione era pressoché identico, ripetuto in loop da centinaia di profili: ragazzo under 30, con camicia di lino bianca e scarpe senza calze, alla guida di una Lamborghini (a noleggio). In primo piano la promessa: «Lavora due ore al giorno, esci dalla corsa dei topi e fattura sei cifre con il mio metodo segreto». Oggi quel flusso incessante si è ridotto a un debole sussurro. Molti dei profili che hanno spopolato nell'era d'oro del dropshipping e del crypto-trading d'assalto sono svaniti nel nulla digitale. I millantatori del guadagno facile, che hanno prosperato vendendo sogni a una generazione intrappolata nella precarietà, sono evaporati come neve al sole. Il bluff è durato poco. E’ bastato che gli analisti finanziari spulciassero nei loro registri per scoprire che dietro le "aziende da milioni di euro" spesso si celavano micro-società con fatturati irrisori e bilanci in rosso. Sono bastati i primi i controlli della Guardia di Finanza perché arrivassero multe pesanti per evasione fiscale, pubblicità ingannevole e persino qualche condanna per esercizio abusivo dell’attività di promotore finanziario
La paura ha spinto molti a spegnere i riflettori e tornare nel paesotto di provincia da cui erano partiti. Vivere a Dubai mantenendo uno stile di vita elevato era diventato insostenibile per chi campava di sole promesse. Il pubblico ha capito che l'unico vero business di questi personaggi non era l'attività che insegnavano (il trading o l'e-commerce), ma la vendita del corso in cui spiegavano come farla. La sparizione dei fuffaguru segna la fine dell'adolescenza del marketing digitale in Italia. E' stata un'era di eccessi, di illusioni collettive e di ostentazione sfrenata. Il fatto che oggi il Burj Khalifa e Dubai Marina non siano più lo sfondo fisso delle nostre bacheche social è il segno che il mercato si è depurato. Il guadagno online esiste, il nomadismo digitale è una realtà concreta e solida, ma ha perso la sua aura magica: oggi le persone hanno capito che dietro ad un business di successo non c'è un trucco segreto svelato da un ventenne che vive in un attico nel deserto, ma studio, competenze, tasse da pagare e tanto lavoro. E questo, per i venditori di fumo, è il peggiore degli scenari

Monumenti

Storia

Galeas per Montes

Galeas per Montes è il nome con cui viene ricordata una delle più incredibili imprese di ingegneria militare realizzate nel medioevo. Tra il gennaio e l'aprile 1439 la Serenissima Repubblica fece arrivare una flotta di 33 navi, dal Mar Adriatico al Lago di Garda, risalendo il fiume Adige fino a Rovereto e trasportando le navi via terra per un percorso di 20 chilometri tra le montagne
Venezia era all’epoca una potenza nel Mediterraneo, e nel XV secolo iniziò una espansione nella terraferma della Pianura Padana attraverso conquiste militari o dedizioni spontanee, come accadde con Verona al tramonto della SIGNORIA DEGLI SCALIGERI. Nel 1438, il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, scese in guerra contro la Serenissima e con una serie di colpi di mano prese il controllo delle terre lombarde fino al Lago di Garda meridionale. Brescia venne posta sotto assedio dal capitano di ventura Niccolò Piccinino, ma la città resistette e chiese aiuto a Venezia. Il Piccinino aveva il controllo di tutto il settore meridionale del Lago, al quale il condottiero veneto Gattamelata (Erasmo da Narni) poteva solamente accedere da settentrione, cioè da Torbole o Riva del Garda. L'esercito milanese era inoltre asserragliato nei castelli di Peschiera e Desenzano, rendendo impossibile uno scontro frontale. La Serenissima decise quindi di attuare un ardito piano militare che permettesse alle truppe di sorprendere l'esercito visconteo passando a nord del Lago. Il 1º dicembre 1438, dopo una lunghissima seduta, il Maggior Consiglio approvò la proposta formulata da Blasio de Arboribus, un ingegnere al servizio della Serenissima, e dal marinaio greco Nicolò Sorbolo. I due progettarono di risalire l'Adige con una flotta di navi, di trarle a secco poco prima di Rovereto e poi trascinarle su rulli di legno lungo la Valle di Loppio per poi calarle nel Lago di Garda vicino a Torbole. Da lì la flotta veneziana avrebbe attaccato quella milanese, ancorata a Desenzano, tagliando la strada alle milizie viscontee di presidio a Peschiera e forzando il blocco navale in modo da aver successivamente via libera alla volta di Brescia

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