NABUCCO

sabato 14 giugno 2025

L'Arena di Verona a giugno è un animale che si risveglia. Dopo mesi di letargo, dopo aver dormito sotto le piogge di primavera, le pietre rosse di questo anfiteatro romano riprendono vita. E stasera il risveglio è potente: è il Nabucco di Verdi che risuona tra le arcate millenarie per la prima volta di questa stagione lirica. Sono giunto all'Arena con anticipo quasi reverenziale. Nella piazza antistante, il flusso di spettatori è un fiume umano che parla lingue diverse ma condivide lo stesso entusiasmo. C'è chi arriva da Tokyo con la sua macchina fotografica, chi viene da Berlino con la passione per l'opera lirica nel sangue, chi è di Verona e ha questo privilegio ogni anno. Siamo tutti pellegrini in un luogo sacro, ma la religione è la musica. Il Nabucco di Verdi è un'opera politica, una storia di schiavitù e liberazione che parla al presente come ha parlato al passato. La storia di Nabucodonosor, re di Babilonia, e degli ebrei in cativtà è un metafora potente della condizione umana. Ma stasera, in questa Arena che è stata teatro di gladiatori, la storia acquista una nuova dimensione. Le pietre hanno memoria, e questa memoria risuona con le note dell'ouverture. La platea si riempie. Sono tremila anime pronte ad essere trasportate in un'altra dimensione. La regia è minimalista ma potente: pochi elementi scenici, ma tutti carichi di significato. Il maestro sale sul podio e il silenzio cala come una coltre. Poi, il primo accordo. Le trombe di bronzo dell'Arena risuonano con una potenza che nessun teatro chiuso può eguagliare. Il cielo sopra di noi si tinge di un blu intenso, e le stelle cominciano a farsi vedere. È la magia dell'Arena: opera sotto le stelle, letteralmente.

La voce del baritono che interpreta Nabucco è un tuono che scuote le fondamenta dell'anfiteatro. Quando canta "VIVA Nabucco" si sente la potenza del potere, ma anche la sua fragilità. Poi arriva Il Va, Pensiero, il coro degli schiavi ebrei, e l'intera Arena trema. Tremila voci che si alzano spontaneamente, tremila cori che cantano con il coro. È il momento più emozionante della serata, forse dell'intera stagione. In quel momento, non siamo più italiani, giapponesi, tedeschi, americani. Siamo solo esseri umani che condividono una medesima emozione. La regia gioca con le luci, proiettando ombre sulle pietre antiche. Le masse sceniche si muovono con la precisione di un esercito romano. La voce della soprano che interpreta Abigaille è un rasoio che taglia l'aria notturna, acuta e potente come la storia che narra. Ogni aria è un viaggio, ogni duetto uno scontro tra titani. E noi, spettatori, siamo testimoni di una tragedia antica che si rinnova ogni volta. Penso a quanto questa opera, scritta nel 1841, sia ancora terribilmente attuale. La schiavitù non è solo quella fisica, ma anche quella mentale, quella culturale. E Verona, con la sua storia di città di confine, con la sua resistenza contro invasori e conformismi, è la location perfetta per questo Nabucco. Le sue mura hanno visto passare eserciti, hanno difeso libertà, hanno resistito al tempo. Come gli ebrei di Nabucco, anche Verona ha mantenuto la propria identità contro ogni aggressione.

La fine dell'opera è un cataclisma emotivo. Nabucco che si converte, il dio Baal che viene abbattuto, gli ebrei che ottengono la libertà. Ma soprattutto, c'è il bis. Il Va, Pensiero viene ripetuto, e l'intera Arena si alza in piedi. Migliaia di persone che cantano insieme, mille voci che diventano una. Il maestro dirige con la passione di chi sa che questo è il momento culminante. Le pietre dell'Arena sembrano vibrare, come se anche loro volessero unirsi al coro. Quando le luci si riaccendono, c'è un silenzio rotto solo da applausi scroscianti che durano minuti interminabili. Il cast si inchina, e nei loro occhi vedo la stanchezza ma anche l'orgoglio. Hanno dato tutto, e noi abbiamo ricevuto tutto. Sceso dall'Arena, la piazza è ancora piena di gente che canta il Va, Pensiero a memoria. I giovani, quelli che magari sono venuti per la prima volta, hanno gli occhi lucidi. Gli anziani, quelli che sono venuti per cinquant'esima, hanno un sorriso di soddisfazione. Cammino verso casa lungo l'Adige. Le luci di Castelvecchio si riflettono sull'acqua, e nel silenzio della notte sento ancora le eco dell'opera. Il Nabucco non è solo un'opera lirica: è una lezione di storia, una meditazione sulla libertà, un inno alla dignità umana. E vederlo qui, a Verona, sotto le stelle, è un privilegio che pochi al mondo possono vantare. Domani la città tornerà alla sua normalità, ma stasera abbiamo toccato il cielo con un dito. E la musica di Verdi rimarrà nelle nostre orecchie, nelle nostre anime, pronta a risuonare ogni volta che qualcuno cercherà di metterci in catene

Iacopo Mutascio

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