MUMFORD & SONS (Rushmere 2025)

lunedì 07 luglio 2025

ore 21.00: i Mumford & Sons tornano in Italia, con tre imperdibili live. A dieci anni dal concerto evento all'Arena di Verona, la band che ha ridefinito il folk-rock mondiale torna per rivivere quella magia, e non solo. Un viaggio tra i loro più grandi successi e le emozioni del nuovo album Rushmere. Lunedì 7 luglio a Verona, il 19 novembre a Bologna (Unipol Arena di Casalecchio) e il 21 novembre a Milano (Unipol Forum di Assago). Rushmere è il luogo dove tutto ha avuto inizio per i Mumford & Sons. Questo stagno, immerso nel verde di Wimbledon Common, nel sud-ovest di Londra, è stato il punto d’incontro di Marcus Mumford, Ben Lovett e Ted Dwane, il luogo in cui hanno immaginato per la prima volta di formare una band. Per loro, Rushmere era tanto familiare quanto gli strumenti che suonavano, ed è il cuore della loro storia. Oggi, Rushmere rappresenta l’inizio di un nuovo capitolo: l’album, prodotto dal vincitore di nove Grammy Dave Cobb, è stato registrato tra gli RCA Studio di Nashville e lo studio di Marcus nel Devon, Regno Unito.

Non capita tutti i giorni di vedere una band britannica di fama mondiale esibirsi a Verona. Eppure, stasera 7 luglio, i Mumford & Sons sono qui, sull'immenso palco eretto per l'occasione in piazza Bra. L'Arena di Verona, che solitamente ospita opere liriche, si trasforma per una notte in un tempio del folk-rock contemporaneo. Sono arrivato in piazza con ore di anticipo, per assaporare l'atmosfera che si crea prima di un concerto di questa portata. Il pubblico è incredibilmente variegato: ci sono i giovani che hanno scoperto i Mumford con "Little Lion Man", i quarantenni che li seguono dal primo album, gli anziani curiosi di questa musica che parla di tradizione ma suona moderna. C'è chi arriva da Londra appositamente, chi viene da Milano, chi è di Verona e ha questo privilegio a casa propria. Il palco è maestoso ma essenziale: strumenti acustici, una batteria, qualche elettronica. Non c'è bisogno di fronzoli quando la musica ha qualcosa da dire. E i Mumford & Sons hanno sempre qualcosa da dire. Le loro canzoni sono storie di redenzione, di lotta, di amore, di fede. Temi universali che trovano casa nelle corde di un banjo e in una voce graffiante.

Quando il gruppo sale sul palco, l'ovazione è scrosciante. Marcus Mumford, il frontman, ha un sorriso che illumina l'Arena. "Buonasera Verona!" urla, e la sua voce è accolida da un urlo di benvenuto che sembra far tremare le pietre millenarie. Il primo accordo di "I Will Wait" fa esplodere il pubblico. Migliaia di voci che cantano insieme, migliaia di corpi che si muovono in un'onda umana che invade la piazza. La scaletta è un viaggio attraverso i dieci anni di carriera della band. Da "Babel" a "Believe", da "The Cave" a "Guiding Light", ogni canzone è un capitolo di una storia collettiva. La voce di Marcus è roca, potente, capace di passare da un sussurro a un urlo senza sforzo. I suoi compagni si muovono con la sincronia di chi suona insieme da una vita. Il banjo di Winston è il cuore pulsante del suono, la chitarra di Ted è la spina dorsale, la batteria di Ben è la forza propulsiva. Ma il momento più emozionante è quando il gruppo decide di spegnere tutti gli amplificatori e suonare completamente acustico. "Spero che la vostra voce ci sostituisca gli altoparlanti", dice Marcus. E così, sotto le stelle di Verona, con l'Arena che ci abbraccia tutti, migliaia di persone cantano "Timshel" a voce spiegata. È un momento di pura magia: la voce umana che supera la tecnologia, la comunità che diventa lo strumento principale. Le pietre dell'Arena sembrano vibrare, come se anche loro volessero unirsi al canto. Durante il concerto, Marcus racconta storie. Parla della loro ultima tournée in America, delle difficoltà della vita on the road, della gioia di tornare in Europa. Poi, improvvisamente, dice: "Ma niente è come suonare in un posto come questo. Queste pietre hanno visto Imperatori cadere, hanno visto gladiatori combattere. Ora ci vedono suonare, e onestamente ci sentiamo un po' piccoli". La modestia è genuina, e il pubblico risponde con un applauso che dice: "Ma voi siete grandi, grandissimi".

Il finale è un crescendo epico. "Hopeless Wanderer" si trasforma in un jam session collettiva dove ogni membro della band ha il suo momento di gloria. Poi "Little Lion Man", la canzone che li ha fatti conoscere al mondo, fa esplodere l'Arena per l'ultima volta. Marcus non deve neanche cantare: il pubblico fa tutto il lavoro, e lui si limita a sorridere e a guidare l'orchestra di voci. Dopo due ore e mezzo, il concerto finisce. Ma i Mumford tornano per il bis, ovviamente. E quando suonano "Not With Haste", l'Arena si trasforma in una chiesa laica dove si celebra la vita, la musica, la community. Le ultime note si spengono, le luci si riaccendono, ma nessuno vuole andarsene. C'è un momento di silenzio condiviso, poi applausi che durano dieci minuti. Sceso in piazza Bra, la gente è ancora lì a cantare le canzoni a memoria. I giovani hanno gli occhi sognanti, gli anziani hanno un sorriso di soddisfazione. Un gruppo di ragazzi inglesi, evidentemente venuti appositamente, sta facendo amicizia con dei veronesi. La lingua non è una barriera, la musica è l'unico idioma necessario. Cammino verso casa lungo l'Adige. La città è viva, i bar sono pieni, la musica dei Mumford & Sons risuona ancora nelle mie orecchie. E penso a quanto questa sera rappresenti la bellezza della globalizzazione fatta bene: una band britannica che suona a Verona, in un anfiteatro romano, per un pubblico mondiale, cantando canzoni che parlano di temi universali. Nella divisione e nell'odio che sembrano dominare il mondo, stasera abbiamo dimostrato che la musica può ancora unire. E l'Arena di Verona, ancora una volta, ha fatto il suo miracolo: ha trasformato una semplice serata di concerto in un'esperienza spirituale, in un momento di condivisione genuina. Per questo, caro lettore, valeva ogni singolo euro del biglietto

Iacopo Mutascio
 
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