MUSEO di CASTELVECCHIO

INDIRIZZO
Corso Castelvecchio, 2
37121 Verona (vr)

CONTATTI
Tel. 045.8062611
Fax. 045.8010729
www.castelvecchio.it

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Con uno sviluppo di ventinove sale, distribuite su vari livelli, è il museo più importante di Verona e una delle maggiori raccolte d'arte italiane: oggetti paleocristiani, reperti di oreficeria longobarda, opere scultoree dal X al XIV secolo, dipinti dal trecento al settecento, armi e armature realizzati dal Trecento al Settecento

Il Museo Civico di Verona è ospitato a Castelvecchio, un'imponente fortezza fatta erigere nel 1354 da Cangrande II della Scala. Le opere sono esposte seguendo l'ordine cronologico voluto durante il restauro post-bellico (l'esposizione inizia con oggetti paleocristiani e termina con dipinti settecenteschi) che ha portato alla luce le strutture originarie, liberandole dalle aggiunte ed evidenziando le stratificazioni successive, suturando con cemento e acciaio le parti mancanti. L'itinerario museale inizia con una lunga GALLERIA RETTILINEA, suddivisa in cinque ariose sale in cui sono raccolti alcuni preziosi reperti di oreficeria longobarda e numerose opere scultoree veronesi del tardo medioevo in una sistemazione che mette in risalto i singoli pezzi. La prima sala è dominata dalla ROMANICA ARCA dei santi Sergio e Bacco (1179) che, proveniente dal Monastero di San Silvestro (Nogara) e decorata con robusti bassorilievi, mostra una straordinaria vivacità narrativa. Ad essa fanno seguito tre sale quasi interamente dedicate alla scultura veronese del trecento, con una serie di grandi statue in tufo provenienti da chiese cittadine, attribuite al "Maestro di Santa Anastasia". Opere che rappresentano san Bartolomeo, santa Marta, santa Caterina e san Giovanni Battista in cui i fedeli potevano riconoscersi, ma sulle quali purtroppo rimangono poche tracce dell'originaria policromia decorativa.

Passeggiando attraverso queste sale si rimane quasi turbati nel guardare il Cristo crocifisso, con Madonna e san Giovanni, opera di ignoto maestro che ha saputo evidenziare sui volti dei protagonisti il terribile dolore del momento; presenta un Cristo sfigurato dalla sofferenza provocatogli dalla ferita sul costato, che pare appena inflittagli e non ancora sanguinante. La quinta ed ultima sala della galleria raccoglie sculture del quattrocento: sei riquadri in bassorilievo stiacciato raffiguranti patriarchi e profeti, un rilievo proveniente dal convento di san Martino, la lastra tombale di Dinadano Spinelli e una figura di san Pietro in pietra e legno, del Giolfino. Da un'apertura nel pavimento si vedono i resti del fossato che, attingendo le acque dall'Adige, circondava interamente la fortezza. Uscendo dalla galleria delle sculture, il percorso prosegue per un breve tratto all'aperto, dove si vede la CAMPANA TRECENTESCA della torre del Gardello e, dal basso, la statua equestre di Cangrande. Attraversata la porta del Morbio, che si apre nella cinta delle mura comunali romaniche, si arriva nel secondo cortile del castello; si imbocca a destra l'ingresso della torre del Mastio, struttura ascensionale che porta alla pinacoteca allestita nell'antica Reggia scaligera: due piani entrambi con una grande sala illuminata dalla luce delle lunghe finestre che si affacciano sul fiume, su cui si aprono quattro salette retrostanti, più intime e raccolte.

Nella saletta a sinistra della torre si possono ammirare gioielli rinvenuti a Veronetta e oggetti d'uso quotidiano trovati nella tomba di Cangrande, nelle altre sale affreschi trecenteschi staccati da chiese e palazzi cittadini e importanti testimonianze della pittura trecentesca veronese su tavola; opere di Turone Maxio, Tommaso da Modena, Altichiero e Pisanello che segnano il passaggio dal giottismo ad un linguaggio più moderno, dai modi sottilmente gotici. Notevole è il Polittico della Trinità, realizzato nel 1360 da Turone di Maxio, che raffigura al centro la Santissima Trinità tra i santi Zeno, Giovanni Battista, Pietro e Paolo. L'ultima delle quattro salette è un piccolo e meraviglioso cameo che ospita alcune tavole di straordinaria importanza e sulle cui pareti sono conservate ampie tracce della decorazione pittorica originale: a centro sala è l'incantevole Madonna del roseto, realizzata verso il 1425 da Stefano di Giovanni, affiancata dalla Madonna della quaglia, opera di un PISANELLO solo venticinquenne ma in cui è già visibile la sua intensa ricerca di un'eleganza lineare, a cui fanno da contorno quadri di Jacopo Bellini, Michele Giambono, Domenico Veneziano e Michele Pannonio. Da questa si accede, dopo una breve sortita nel salone grande, alla Saletta dei Fiamminghi, incastonata nella torre nord-occidentale del maniero, che ospita dipinti di autori nordici facenti parte di collezioni private donate al museo nei secoli scorsi. Tra questi un ritratto di donna, la Dama delle Licnidi, realizzato da Rubens nel 1602.

Ritornando nel grande salone vediamo quattro statue provenienti dalle Arche Scaligere e vari dipinti quattrocenteschi di grandi dimensioni, fra cui il CROCIFISSO di JACOPO BELLINI (1436), la Morte di Maria di Michele Giambono (tra i primi esempi di pittura su tela) e il Trittico di santa Cecilia di Antonio Badile. Salendo le scale in legno che portano al piano superiore si ammira l'unico affresco figurativo del castello, con figure di notevole qualità in cui la Madonna con il bambino è attorniata da santi e donatori. Nella prima delle quattro salette laterali, che conservano ancora uno splendido soffitto in legno decorato, sono esposti dipinti quattrocenteschi di scuola veneta, tra cui la Natività di Giovanni Mansueti e una Madonna con il bambino di Giovanni Bellini. Nella sala adiacente opere di FRANCESCO MORONE, figura centrale dell'arte veronese del cinquecento, tra cui due tavole che ritraggono i santi Bartolomeo e Francesco, provenienti dalla chiesa di san Bernardino. La figura di san Bartolomeo è impostata su un rapporto cromatico violento ed arduo, smalto giallo indaco su fondo nero, che esemplifica più di ogni altro caso l'originale colorismo della scuola veronese, molto diverso da quello veneziano. Per contrasto la resa del san Francesco si limita ad un monocromo con sole variazioni di luce.

La terza sala è dedicata al lavoro di Francesco Bonsignori, pittore veronese che spesso lavorò a Mantova in stretto contatto col Mantegna. Di esso sono esposte due Madonna con il bambino e una Allegoria della Musica, realizzata per una abitazione privata alla fine del Quattrocento. L'ultima saletta, dedicata a Liberale da Verona, raccoglie alcune sue pregevoli opere, tra cui un interessante trionfo della Castità in cui due unicorni bianchi trascinano una carrozza circondata da giulive fanciulle. Attraverso la consueta sortita nel salone si accede alla sala della Torre, nella quale è visibile una severa e classicissima Sacra Famiglia di ANDREA MANTEGNA. Nel lasciare la Reggia si entra nuovamente nella Torre del Mastio, dove è collocata una selezione delle armi conservate nei sotterranei del Castello. Manufatti di produzione lombarda e tedesca realizzati dal Trecento al Settecento: spade, elmi, spallacci, mazze e numerose alabarde. Per aiutare il visitatore a farsi un'idea di una armatura rinascimentale, nella sala è esposto anche un ritratto di Pase Guarienti, gentiluomo veronese del Cinquecento che fu capitano di cavalleria, in cui egli ostenta una splendida armatura da parata, troppo preziosa e fragile per essere impiegata in battaglia.

Proseguendo si arriva, attraverso un pontile scoperto, ad un belvedere dove un percorso a spirale consente una visione totale della statua equestre di CANGRANDE I della SCALA, capolavoro della scultura trecentesca e monumento simbolo della signoria scaligera. Fu scolpita per la sommità della sua tomba, posta sopra il portale della chiesa di Santa Maria Antica dopo la sua morte improvvisa, e qui trasferita agli inizi del novecento. Nonostante i danni subiti a causa di un fulmine che la colpì nel seicento e la perdita dell'originale decorazione pittorica, è tra le più affascinanti sculture dell'età gotica. Il secondo piano della galleria comprende una serie di grandi sale che raccolgono dipinti, spesso di notevoli dimensioni, che vanno dal Cinquecento al Settecento. La prima sala è quasi interamente dedicata alle opere di PAOLO MORANDO detto il CAVAZZOLA, uno dei maggiori pittori veronesi del Rinascimento, che guidò la pittura locale verso la "maniera" moderna, assimilando la lezione di Leonardo, Giorgione e Raffaello. Tra le sue opere qui esposte sono da notare la grande Pala delle Virtù, ultima opera del pittore, dipinta nell'anno della sua morte, e la Incredulità di san Tommaso. Nella sala successiva spiccano due grandi pale d'altare cinquecentesche di Girolamo dai Libri: la Natività con i santi Giovanni Battista e Girolamo (detta "Presepio dei conigli") proveniente da Santa Maria in Organo e la Madonna con il bambino e i santi Pietro e Andrea. La terza sala è quella più importante di questa sezione del museo civico. Essa contiene opere di grande fascino come La contesa fra le Muse e le Pieridi di Jacopo Tintoretto, che probabilmente decorava uno strumento musicale, e dipinti di Paolo Veronese.

Le sala seguente aiuta a cogliere il passaggio tra manierismo e barocco nell'arte veronese, con opere di Domenico Brusaorci, Jacopo Palma, Paolo Farinati, Pasquale Ottino e Alessandro Turchi. Nella quarta sala s'incontrano alcuni tra i maggiori dipinti della scuola veronese del primo Seicento, che si distacca da Venezia per un indirizzo naturalistico più affine a quanto creato da Caravaggio a Roma e Petti a Mantova. Da notare il Ritratto di Monaca di Marcantonio Bassetti che, nella sua indefinibilità, coglie lo straniamento e la meditazione del personaggio. Nella sala è compresa pure una scelta di PIETRE di PARAGONE, che rappresentano la tecnica più caratteristica del primo Seicento veronese. Il loro nome deriva dalla somiglianza con i diaspri neri che un tempo venivano usati come pietra di paragone per saggiare i metalli preziosi, e in particolare l'oro. Il materiale di supporto è un marmo nerissimo e lucente che elimina la profondità dello spazio, su cui si dipingeva unicamente il primo piano, seguendo una soluzione luministica in sintonia con i notturni del tardo manierismo. Sono opere di soggetto prevalentemente religioso, destinate alla devozione domestica, ma non mancano i temi profani quali ritratti, episodi mitologici o storici. Nella penultima sala della galleria troviamo quadri del seicento provenienti da chiese e collezioni private, tra cui Flagellazione di ALESSANDRO TURCHI e una Annunciazione di Claudio Ridolfi. L'esposizione si chiude con una sala dedicata alla pittura veneta del Settecento: grandi tele barocche di argomento sacro e mitologico, rullanti di movimento e di colore, ritratti e paesaggi, interessanti bozzetti preparatori per pale d'altare e soffitti. Merita attenzione un episodio della Storia dei Maccabei di Giambattista Tiepolo: si tratta di una tela giovanile del maestro, facente parte di un fregio altissimo presente nella chiesa di san Sebastiano. Ritirata in museo fu la sola parte di quel fregio a salvarsi, mentre le altre tele furono distrutte durante la 2° Guerra Mondiale.

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