Carla Accardi Oroargento



In queste settimane la Galleria dello Scudo accoglie, nella mostra Oroargento, una selezione di opere di Carla Accardi eseguite tra il 1964 e il 1965. I dipinti, ora riuniti per la prima volta a documentare un nucleo ben definito, sono caratterizzati dall’uso di pigmenti oro e argento, una scelta con cui l’artista declina in termini del tutto inediti una personale riflessione sul rapporto fra segno, luce e spazio pittorico. La rassegna, in collaborazione con l’Archivio Accardi Sanfilippo, riunisce tele di grandi dimensioni provenienti dalla collezione dell’artista che testimoniano di una fase creativa tra le più intense del suo percorso. Del 1964, infatti, è l’invito alla XXXII Biennale di Venezia con una sala personale. Nel testo in catalogo, Carla Lonzi sottolinea come Accardi sia passata “attraverso l’informale senza possibilità di identificarvisi, ma avvertendone la presenza come dato ovvio e preesistente”.
 
L’artista sceglie ora per la prima volta di ricorrere a questi pigmenti per spostare con decisione la sua pittura verso una nuova dimensione di luminosità, che coinvolge lo spazio oltre i confini della tela, in un dialogo che, negli stessi anni, la porta a concepire le prime radicali sperimentazioni ambientali con il sicofoil. Con l’oro e l’argento, Accardi non solo sfrutta gli effetti ottici delle bicromie già impiegate in molti lavori dell’inizio del decennio, ma arriva a intercettare, attraverso le proprietà riflettenti del colore dei metalli, i riverberi della luce dell’ambiente esterno. Le superfici delle tele qui raccolte si configurano come campi visivi in costante mutazione: in relazione al punto di osservazione e all’angolo di incidenza dei raggi luminosi, si animano, vibrano, si caricano di riflessi e ombre
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